Cardello
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E senza dargli tempo di rispondere continuava:
--In casa del signor Decano Russo, che e` anche cappellano di questo
monastero. Vieni con me in sagrestia. Non potresti trovar di meglio,
se hai voglia di mangiar tutti i giorni la santa grazia di Dio. Si
mangia bene in casa del signor Decano; dolci a bizzeffe. Ti
piacciono i dolci? E poco da fare: andargli dietro dalla casa alla
chiesa quando va a recitare l'uffizio o ad assistere alla messa
cantata; reggergli l'ombrello, quando piove; lustrargli le
scarpe... e fargli da mangiare... Oh, se tu non sai, egli
t'insegnera`. Ne sa piu` lui che un cuoco... Su, vieni in sagrestia;
sta prendendo il caffe` coi biscottini.--
Cardello esitava. Quel vecchietto col collare e la papalina non
voleva farsi beffa di lui?--Sono il sagrestano,--soggiunse colui,
vedendosi guardato con tanto d'occhi.--Spicciati, vieni.--
Il Decano era seduto su un seggiolone con piano e spalliera di cuoio,
vicino alla grata che aveva una piccola ruota in un angolo. Sul
tavolino, il vassoio con la tazza vuota, il bricco e un altro vassoio
con un resto di biscotti indicavano che egli aveva finito allora
allora la sua colazioncina.
Grasso, corto, bianco di capelli, con un bel faccione rotondo, mani
piccole e ben fatte, e il grosso anello decanale di smeraldo a un dito
della mano destra, il cappellano conversava con l'Abadessa, quando il
sagrestano introdusse Cardello, che lo avea seguito riluttante e
quasi trascinato pel braccio.
--Ecco, padre cappellano, il servitore che ci vuole per vossignoria.--
Il Decano squadro` Cardello da capo a piedi.
--E` il ragazzo del burattinaio che ha ammazzato la moglie. Si trova
disoccupato. Puo` provarlo una settimana, un mese. Mi hanno
assicurato che e` un buon ragazzo, svelto, intelligente; quel che ci
vuole per vossignoria. E arriva proprio in tempo.
--Che cosa sai fare?--domando` il Decano con voce incoraggiante.
--Il burattinaio,--rispose Cardello.
--Va bene,--riprese il Decano sorridendo:--Ma in casa mia occorre di
fare tutt'altro.
--Gliel'ho gia` spiegato quel che dovrebbe fare,--soggiunse il
sagrestano.
--Si`, si`, figlio mio; lascia il brutto mestiere di burattinaio, che fa
commettere tanti peccati alla gente. Il signor Cappellano ti
trattera` bene, da buon sacerdote.--
Si udiva una dolce voce femminile dietro la grata, voce di donna
matura, ma con qualcosa di cosi` fresco e di gentile, di materno, che
Cardello si era sentito rimescolare tutto, quasi da quell'oscurita`
gli avesse parlato la misera donna Lia; giacche` la voce dell'Abadessa
somigliava molto quella dell'assassinata, che gli avea davvero voluto
bene come a un figlio.
--Che ne dici?--riprese il Decano:--Puoi entrare in servizio fin da
questo momento. Il mio vecchio servo e` morto ieri l'altro. E` stato
con me diciotto anni.
--Se mi vuole...--balbetto` Cardello.
--Ma bisognera` farsi togliere cotesti capellacci da oprante.
--E il signor Decano ti rivestira` da capo a piedi....
--S'intende, s'intende... Intanto prendi questi biscotti, col permesso
della nostra madre Abadessa... Mangiane tre, quattro. Gli altri
mettili in tasca... e ringrazia la madre Abadessa.
--Grazie,--pronunzio` Cardello con voce affiochita dalla commozione.
* * *
Otto giorni dopo, chi lo avrebbe riconosciuto, vestito tutto di nero,
con abito lungo e cappello a staio e le mani affogate in un paio di
guanti di lana color cioccolata? Si sentiva un po' buffo, quasi in
maschera; ma che importava? Fin dalla prima giornata Cardello avea
capito che col signor Decano si poteva stare benissimo, e che la
fortuna lo aveva proprio aiutato.
Il signor Decano, in verita`, gli sembrava un po' matto, con quella
grande smania per la pulizia. Cardello, appena entrato in casa,
aveva ricevuto la prima istruzione:
--Quando viene qualcuno non permettere che metta il piede dentro, se
non si e` ripulito perfettamente le scarpe in questi ferri e nella
pedana. Fosse il re in persona, non entri se non si e` ripulito le
scarpe. Hai capito?
---Sissignore.
--Si risponde: "Eccellenza, si`". E bada, oggi ti ho lasciato venire al
mio fianco dal monastero fino a qui. Non sapevi; il burattinaio non
poteva insegnarti la buona educazione, ed ho lasciato correre per
non darti una mortificazione lungo la strada. Ma il servitore deve
seguire il padrone a dieci passi di distanza, tenendosi un po' su la
sinistra. Guarda; cosi`. Io vado avanti: uno, due, tre,
cinque... dieci passi; muoviti, un po' piu` a sinistra, tenendo
sempre la stessa distanza. Bravo! Non ridere; sono cose serie. Hai
capito, ora?
--Sissi... Eccellenza, si`.
--Tu non sei il servitore del primo venuto, ma del Decano Russo della
Matrice... Questo grosso anello con la pietra verde puo` portarlo al
dito soltanto il Decano; gli altri canonici, no. E il Decano tuo
padrone e` anche cappellano delle monache di Santa Chiara. Per
questo, domani andrai dal barbiere a farti tagliare i capelli,
corti, a spazzola, come devono portarli i servitori della gente
perbene, dei signori. Parrai un altro... Ed ora, aiutami a
svestirmi. Il cappello va subito spolverato, con questa spazzola
fine, delicatamente, e poi riposto nella scatola la`, sempre a quel
posto, per l'ordine. Il mantello, in quell'armadio, e il robone
pure, ben spazzolati; hai capito?
--Eccellenza, si`.
--E per cucinare?
--So cucinare i maccheroni.
--E` poco. T'insegnero`; dovrai imparare. L'arrosto, il fritto, l'umido,
e gl'intingoli... Il dolce ce lo manderanno tutti i giorni le
monache. Per questo passo tre, quattro ore al giorno ad ascoltare le
sciocchezze che mi dicono dietro la grata del
confessionile... Pettegolezzi di teste fasciate... Ma i dolci sono
eccellenti... E poi io non la penso come quel tale che diceva:
o paglia o fieno
purche` il ventre sia pieno!
Ci vuole buona carne, buon brodo, buon pesce... Imparerai a far la
spesa, venendo con me, nei giorni che io saro` impedito. I macellai
sono ladri, e i pescivendoli peggio. Occorre aprire tanto
d'occhi. Mentre io recitero` l'uffizio, tu lustrerai le scarpe e gli
stivali, ogni giorno, e spazzerai le stanze, e spolvererai i mobili, i
quadri..., delicatamente. Gli stivali, pei giorni di pioggia, devono
essere sempre pronti. Dieci paia di scarpe e cinque paia di
stivali. Monsignore dice che gli stivali non sono da sacerdoti... Ma
l'umido del fango, se mai, non se lo prende lui, e i reumi
neppure. Alla mia salute devo badare io. Se mi buscassi un malanno,
non verrebbe Monsignore a togliermelo di dosso... E il letto? Sai
rifare un letto? La mattina, si disfa`, abballinando le materasse
perche` prendano aria... E poi... le lenzuola ben stirate, ben
rincalzate dal capezzale, da qui e dai lati, da non fare una grinza;
la piu` piccola grinza non mi farebbe dormire.--
Cardello, abituato con l'Orso peloso che parlava poco e a scatti,
si sentiva un po' intronata la testa dalla parlantina del nuovo
padrone; e lo guardava maravigliato, quasi sospettoso che dentro quel
corpo corto, grassoccio, roseo, fosse nascosto un meccanismo da fargli
muovere rapidamente la lingua.
E nei due giorni dopo, altre e altre istruzioni e raccomandazioni.
Cardello, che si riconosceva appena da se`, coi capelli rasi,
guardandosi nello specchio, fu pero` a un pelo di scappar via quando il
signor Decano gli fece indossare quel vestito nero con cui doveva
andargli dietro a dieci passi di distanza, portando sotto braccio
l'ombrello di seta rossa, grande quanto una casa, col manico di rame,
fosse cattivo tempo o no, perche` non si sapevano mai, uscendo di casa,
i capricci della stagione.
Era un abito smesso del padrone, che non portava sempre la veste
talare. Spelato nelle maniche, rossiccio, era stato una specie di
livrea pel vecchio servitore morto, ed ora doveva servire per
Cardello.
--E` un po' largo, un po' lungo; ma tu crescerai, e tra qualche mese ti
andra` bene. Tutt'al piu`, faremo un po' scorciare le maniche e anche
i calzoni.--
Quando Cardello vide presentarsi la tuba, fece un gesto di
ribellione:
--Mi burleranno,--disse, quasi piagnucolante.
--Parrai un signore, coi guanti.--
La tuba gli scendeva su gli orecchi.
--E` troppo larga per me!
--Con un po' di carta torno torno dietro il cuoio.... E` quasi nuova.
Cardello scoppio` a ridere vedendosi infagottato a quel modo.
Che cosa doveva fare, povero Cardello? Perdere quella fortuna? Lo
avevano burlato al suo paese, quando aveva indossato il camicione
bianco e il cappellone di feltro, col tamburo su la pancia, e lui non
se l'era presa. Avrebbe fatto lo stesso ora in quella cittaduzza dove
pochi lo conoscevano.
E la prima mattina che usci` cosi` mascherato, come egli diceva, andando
dietro al padrone a dieci passi di distanza, con l'ombrello di seta
rossa sotto l'ascella, camminava impacciato, a occhi bassi, senza
punto curarsi se la gente ridesse di lui. Ridevano le monache in
sagrestia dietro la grata, affollate per vedere il nuovo servitore del
cappellano; ma l'Abadessa gli fece prendere una tazza di caffe` coi
biscottini, e il signor Decano, per quella volta soltanto, permise
ch'egli godesse del regalo su lo stesso tavolino ma in piedi,
discretamente discosto.
E la madre Abadessa lo felicito` di aver rinunziato al mestiere di
burattinaio, che--ripete`--faceva commettere tanti peccati alla gente,
perche` l'opera, se non lo sapeva, e` invenzione del demonio.
--Rappresentavamo anche il martirio di Santa Genoeffa--disse
Cardello, che non riusciva a persuadersi che l'opera fosse
invenzione del demonio.
--Il demonio sa tutte le male arti; si traveste anche da santo per
ingannare gli uomini. Ora tu devi apprendere le cose di Dio che
t'insegnera` il padre cappellano.
VI.
UNA RECITA IN PARLATORIO.
Invece delle cose di Dio, il padre cappellano pensava a insegnargli
ad arrostire le costole di maiale; a fare lo stufato pei maccheroni;
il brodo coi galletti che le monache allevavano nell'orto per lui;
certi intingoli ghiotti e un po' complicati che richiedevano grande
attenzione; e una frittata delicatissima, per la quale bisognava
sbattere prima le chiare delle uova a parte e poi i torli, anch'essi a
parte.
--Le chiare si sbattono finche` si riducono tutt'una spuma; vi si
mescolano i torli, aggiungendo poche stille d'acqua, e giu` nella
padella con l'olio che frigge. Cosi`... osserva bene. Ora puoi
servire in tavola.
Le ore passate in cucina erano uno svago per Cardello. Ma che noia
le altre, lunghe, passate ad attendere nella sagrestia del monastero
il cappellano che confessava, o in quella della Matrice mentre quegli
recitava l'uffizio al coro, con gli altri canonici! E che noia, in
casa, quando avea finito di lustrare scarpe e stivali, di spazzare, di
spolverare, di rifare i letti!
Il signor Decano preparava nella stanza da studio le prediche e i
sermoni da fare tutte le domeniche alle monache di Santa Chiara; e
lui, nell'anticamera, per ingannare l'ozio, si metteva a ripetere
sottovoce le parti di Peppe-Nappa, di Tartaglia, di
Pulcinella, di Colombina, facendo da burattino, gesticolando,
sgambettando, dimenticando talvolta che il padrone poteva udirlo, e
sgridarlo se lo sorprendeva in quel giuoco.
Un giorno, infatti, egli si era talmente entusiasmato nella
recitazione delle parti, che il signor Decano, intrigato di sentir
parlare di la`, come credeva, parecchie persone, aveva aperto
delicatamente l'uscio a fessura ed era rimasto un pezzo a divertirsi
dell'inattesa rappresentazione.
--Bravo, bravo, don Calogero!--
Il signor Decano non lo chiamava Cardello, ma col nome di battesimo
a cui aveva appiccicato il don, perche` i suoi servitori avevano
avuto tutti il don.
Cardello si aspettava una lavata di capo; invece il signor Decano
rideva, rideva, e volle che proseguisse.
--Domani, dovrai ripetere la rappresentazione nel parlatorio delle
monache; sara` un gran divertimento per loro!
--Ma la madre Abadessa dice che l'opera e` invenzione del demonio--fece
Cardello, che all'idea di dover rifare le buffonate di
Peppe-Nappa e di Tartaglia davanti a quell'uditorio temeva
d'impappinarsi e di sentirsi morire le parole in gola.
--L'Abadessa chi sa che cosa s'immagina! Quel che fa ridere non e`
peccato.
* * *
Fu un gran trionfo per Cardello. Da principio le molte teste di
monache e di educande affollate dietro le cinque grate del parlatorio,
e che ridevano anticipatamente soltanto a vederlo in mezzo al grande
stanzone, infagottato in quell'abito che gli scendeva fin sotto le
ginocchia, ritto, in attesa di cominciare la rappresentazione, lo
avevano intimidito. Ma la vanita` di far mostra della sua arte gli rese
quasi subito una gran padronanza di spirito. Egli era Tartaglia,
Pulcinella, Colombina, Peppe-Nappa, il Bravo mafioso con la parlata
strascicante alla palermitana, uno alla volta, ma dava l'illusione che
parlassero piu` personaggi, ingrossando e affinando la voce, secondo le
diverse parti. Dietro le cinque grate era un continuo scoppio di
risate, di esclamazioni, di strilli allegri, e il Decano seduto in un
angolo davanti al gran tavolino di noce, vicino alla grata accanto al
finestrone, rideva lietamente anche lui quando Pulcinella fingeva di
prendere a calci e a pugni Peppe-Nappa, o faceva le viste di
ricevere una fitta di legnate dal Bravo mafioso, che poi scappava,
appena Pulcinella, rimessosi dal primo sbalordimento, gli levava di
mano il bastone e lo tempestava di colpi.... Sembrava di vederli!...
Cardello aveva accozzato alla meglio tutte le parti che gli erano
venute in mente; e all'ultimo, mentre Tartaglia benediceva gli
sponsali di Colombina con Pulcinella, tartagliando peggio di prima
e piangendo dalla consolazione di maritare la figlia, le risate furono
tali che Cardello si mise a ridere anche lui.
Gli era parso di esser tornato ai bei tempi, quando gia` cooperava con
don Carmelo alle rappresentazioni e fin l'Orso peloso gli diceva:
bravo!... E uscendo dal parlatorio, e seguendo a dieci passi di
distanza il padrone, con un fazzoletto pieno di dolci in una mano, e
l'ombrello di seta rossa sotto l'ascella, rivedeva la bambina morta,
la povera uccisa, e don Carmelo che avrebbe finito la sua vita nel
carcere a cui lo avevano condannato appunto in quei giorni, come se
n'era sparsa la notizia; e mai come in quel momento il vestito nero,
la tuba e i guanti color cioccolata gli erano pesati addosso peggio di
una ridicola mascheratura.
--Sei contento?--gli domandava talvolta il sagrestano che lo aveva
allogato presso il signor Decano.
--Contentissimo!--
Non osava di dire che si annoiava mortalmente, specie la sera quando
il signor Decano, fatto un giro d'ispezione assieme con lui per le
stanze e gli stanzini, si metteva a letto di buon'ora, e voleva che
andasse a letto anche Cardello.
Era venuto l'inverno; le nottate non finivano piu`. Cardello si
voltava e rivoltava nel lettuccio, senza poter chiuder occhio prima di
parecchie ore di veglia. Le rappresentazioni dei burattini finivano
appunto verso le undici ed egli si era ormai abituato a non andare a
letto prima dell'una dopo la mezzanotte. Ah! se avesse potuto trovare
un altro burattinaio come don Carmelo! Avrebbe abbandonato volentieri
anche quella cuccagna dove minacciava d'ingrassarsi peggio del
padrone, pur di fare una vita piu` attiva, piu` varia! La` sempre le
stesse cose: alzarsi, preparare il caffe` col torlo d'uovo e i biscotti
pel signor Decano, spazzare le stanze, rifare i due letti, spolverare,
lustrare scarpe e stivali, accompagnare il padrone dal macellaio,
dall'erbaiuolo, dal pizzicagnolo e poi al monastero per la messa alle
monache, e alla Matrice pel coro e per la messa cantata, e tornare a
casa a preparare il desinare. Dopo un anno, in cucina poteva fare
tutto da se`, quantunque il signor Decano si affacciasse spesso cola`
per dargli, e non occorreva, una mano di aiuto e insegnargli qualche
nuovo intingolo col Libro dei Cuochi sotto gli occhi. E andando al
mercato, o stando in cucina, il signor Decano non scordava mai di
fargli ripetere:
--Su, don Calogero; come diceva quel bestione?
O paglia o fieno,
Pur che il ventre sia pieno--
--Diteglielo anche voi: "Bestione!"
--Eccellenza, si`: Bestione!--
E la pancetta del signor Decano sobbalzava allegramente per la larga
risata che quel "Bestione!" provocava.
Il Decano aveva avuto la buona idea d'insegnargli a leggere e a
scrivere, meglio che non avesse fatto don Carmelo, che lo aveva
abbandonato quando cominciava a compitare, e d'insegnargli inoltre le
quattro regole dell'aritmetica. Cardello aveva appreso con
facilita`. Ma dei libri del padrone che egli si era provato a leggere,
capiva soltanto alcune vite di santi e qualche volume di prediche. Non
erano divertenti, specialmente questi. Non dovevano divertire neppure
il padrone, se li lasciava mangiare dalla polvere nei vecchi scaffali,
in uno stanzone che serviva anche di riposto per tutti gli arnesi resi
inservibili dall'uso.
Leggeva e rileggeva il Libro dei Cuochi che il signor Decano teneva
sul tavolino, accanto ai quattro volumi del breviario rilegati in
pelle nera, e che egli dichiarava il primo libro del mondo. Ogni volta
che Cardello gli diceva:--Permette, voscenza?--il Decano gli
rispondeva:
--Anzi! Anzi! Dovreste impararlo a memoria!--
Se non che accadeva spesso che quando al signor Decano veniva il
capriccio di tentare un piatto nuovo, pareva che il primo libro del
mondo s'ingegnasse di far andar a male gl'ingredienti. Sissignore;
tante once di questo, tante di quello, tante di quell'altro... con le
bilance sul tavolino per pesare esattamente ogni cosa; e appena il
nuovo piatto veniva portato in tavola, il signor Decano affrettatosi
ad assaggiarlo, esclamava sempre:
--Ci siamo!--
Spessissimo si vedeva pero` che non c'erano affatto, perche` subito il
signor Decano diceva a Cardello:
Don Calogero, mangiatene pure quanto volete; io ho lo stomaco
ripieno. O serbatelo per domani; sara` buono lo stesso.--
Segno che il piatto era riuscito immangiabile.
E allora passavano mesi prima che la confezione di un altro piatto
nuovo venisse a tentare il signor Decano.
* * *
Dopo due anni di questa vita, Cardello aveva giornate e settimane di
cattivo umore, nelle quali sbrigava alla lesta le faccende di casa, e
non si curava che il signor Decano lo rimproverasse:
--Ah, don Calogero! Don Calogero! Cosi` non va bene! Tutta questa
polvere qui!... E i vestiti spazzolati alla diavola! E le scarpe
lustrate alla peggio! E l'arrosto bruciato! E il pesce fritto
malissimo! Che vi prende da qualche tempo in qua?--
Che mi prende?--rispose un giorno Cardello:--Mi prende che io me ne
vado e le bacio le mani.
--Perche`, don Calogero? Perche`? Vi par poco il salario?
--Mi annoio, Eccellenza! Ecco la verita`!
--Me ne dispiace piu` per voi che per me. Che vi manca qui?
--Eccellenza, non mi manca niente.
--O dunque?
--Me ne vado e le bacio le mani.
--Fate come vi piace. Ve ne pentirete presto.
E quindici giorni dopo, Cardello baciava le mani al signor Decano,
ringraziandolo del bene che gli aveva fatto; ma lietissimo di non piu`
dover indossare l'abito lungo e portare la tuba in testa e l'ombrello
rosso sotto l'ascella; di non piu` dover seguire il padrone a dieci
passi di distanza, e di non piu` star a sbadigliare nella sagrestia del
Monastero di Santa Chiara mentre il padrone confessava le monache, o
in quella della Matrice mentre recitava, nel coro, l'uffizio con gli
altri canonici. No; quella vita troppo monotona non era per lui. Un
mestiere libero, all'aria aperta, ecco quel che ci voleva. Avrebbe
sofferto, avrebbe lottato, ma voleva riuscire qualcosa di meglio di un
servitore.
Ai burattini non pensava piu`. Era impossibile incontrarsi in un altro
don Carmelo, davvero Re dei burattinai. Il gruzzoletto dei salarii,
accumulato in due anni, gli sarebbe bastato per vivere parecchi mesi,
caso mai non avesse potuto trovar subito dove impiegarsi. Avrebbe
fatto fin lo sterratore, il manovale, ora che davano mano ai lavori
per la conduttura dell'acqua, ed era arrivato l'impresario piemontese,
che, dicevano, pagava bene gli operai. Qualunque mestiere, ma il
servitore, no, non piu`! E pensando che per due anni si era dovuto
mascherare con l'abito nero fino alle ginocchia, la tuba e l'ombrello
rosso sotto il braccio, sentiva un grand'impeto di rabbia contro di
se`, e non riusciva a capire come si fosse potuto rassegnare tanto
tempo senza buttar ogni cosa per aria.
VII.
UNA SCOPERTA ARCHEOLOGICA.
Il giorno dopo, si presentava all'impresario piemontese:
--Vorrei lavorare....--
Colui gli guardava le mani.
--Ma voi non siete operaio.
--Mi metta alla prova.
--Sapete leggere e scrivere? Qui gli operai, i contadini, sono piu`
ignoranti delle bestie.
--Sono brava gente, pero`,--rispose Cardello.
--Non dico il contrario; ma io ho bisogno di qualcuno che sappia
leggere e scrivere.
--Alla meglio, pochino so, e so anche far di conto, addizione,
moltiplicazione, divisione, sottrazione!
--Che mestiere esercitate?
--Ho fatto... il servitore finora, due anni. Prima, ero giovane di don
Carmelo il burattinaio, quello che ammazzo` la moglie.
Vi prenderei per sorvegliante, giacche` sapete leggere. Una settimana
di prova: se vi va, se mi andate, bene; altrimenti, ciao!--
Cosi` Cardello diventava sorvegliante di una squadra di operai, e
dopo un mese, era la mano diritta dell'impresario che gli aveva dato
alloggio in casa sua, e lo mandava qua e la` e si faceva preparare il
desinare perche` il Piemontese (lo chiamavano cosi`) mangiava una
volta al giorno, ma quella volta diluviava e beveva per quattro, da
sbalordire Cardello che non sapeva persuadersi dove quegli mettesse
tanta roba, secco e allampanato com'era.
Di enorme, colui aveva soltanto gli orecchi, che sembravano due sotto
coppe appiccicate dietro le tempie, e si movevano stranamente mentre
masticava; Cardello guardandolo, si tratteneva a stento dal ridere.
Or accadde che nello scavare la conduttura, gli operai incontrassero
sotto i picconi e le zappe una gran lastra di pietra. Sollevatala, fu
scoperta una tomba con le ossa di uno scheletro mezze abbruciacchiate,
due bei vasetti verniciati neri con figure in rosso, e tre vasetti e
una lucerna rozzi, di terra cotta senza vernice.
--Fermi!--grido` Cardello:--Nessuno tocchi niente. E tu--soggiunse
rivolto a un operaio:--va' a chiamare il padrone. Intanto scaviamo
piu` in la`.--
Quando l'impresario arrivava, era gia` in vista, a fior di terra,
un'altra tomba.
Cardello tentava di sollevare da solo la lastra, con grande
precauzione, perche` gli oggetti che forse vi si trovavano dentro, come
nell'altra, non venissero danneggiati.
Visti i primi vasetti, l'impresario, con gli occhi sfavillanti di
gioia, grido` agli operai che si erano affollati attorno a Cardello:
--Via tutti, al lavoro! Laggiu`!--
Palpava i vasetti, li ripuliva col fazzoletto dal terriccio che vi si
era appiccicato attorno, e diceva a Cardello:
--Su, portali a casa, involtati in questo giornale, e torna
subito. No, aspetta. Solleviamo questa lastra. Farai unico
viaggio. La lastra resisteva, come avea resistito ai soli sforzi di
Cardello.
--Sono del tempo dei Saraceni--diceva questi, intendendo di accennare
all'epoca piu` remota ch'egli potesse concepire.--Bevevano poco
costoro,--soggiunse:--se usavano questi fiaschetti col collo
lungo.--
E rise.
Non rideva il Piemontese, a cui per la gioia della scoperta, erano
diventati rossi infocati gli enormi orecchi.
--Scalza il terreno da quel lato, leggermente; io faro` leva col palo
da questo.--
All'urto del palo, la lastra si spezzava, affondandosi nella tomba e
stritolando i vasetti che vi erano dentro.
Il Piemontese comincio` a bestemmiare nel suo dialetto; Cardello
credeva cosi`, non intendendo la sequela di countag! che gli
scappavano di bocca, mentre egli rovistava tra il terriccio
raccattando i pezzi, e tentando d'indovinare come avrebbero dovuto
essere incollati. Il peso della lastra aveva spezzato i piu` fragili e
i piu` belli: tre, di semplice e rozza terracotta, erano rimasti
intatti.
--Ecco dei soldi,--esclamo` Cardello, tirando fuori alcune monete di
rame.
--Cerca bene; vi saranno altre monete.
E il Piemontese frugava intentamente anche lui, carponi, con la
testa in giu` quasi nel vuoto della tomba, buttando via le poche ossa
che gli capitavano sotto mano, e ruzzolando per la china un teschio
con tutti i denti, che fece dar uno sbalzo di paura a Cardello.
--E zitto, se ti domandano che cosa abbiamo trovato. Intanto porta via
quei vasi!... Torna subito.
* * *
Da quel giorno in poi, il Piemontese andava laggiu`, sin dalle prime
ore del mattino, e teneva lontani gli operai, mentre egli e Cardello
tastavano il terreno per scoprire altre tombe.
E la sera, desinando, il Piemontese non parlava di altro che dei
vasi e delle statuette trovati nella giornata.
Le tombe erano in fila, una accanto all'altra, sul fianco della
collina. Sembrava che Cardello avesse un fiuto speciale. Diceva:
--Io scaverei da questo lato.--
E infatti la nuova tomba veniva fuori proprio la` dove egli aveva
indicato.
Il Piemontese esaminava attentamente i cocci dei vasi rotti. Erano
cosi` delicati che non sembravano di terra cotta. E i vasetti intatti
pesavano cosi` poco!
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